“Il Vanesio del Teatro degli Ignoti”, sesta puntata

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di Giuseppe Enzo Sciarra (sesta puntata)

 

(…continua)

 

La felicità più entusiasmante è data dall’amore. Le passioni sono albe che purificano di luce celeste il peso di questa esistenza. Che vuol dire riconoscersi nell’altro? Creare con un accenno di sguardo, un solo accenno alla profondità del cosmo, una sintonia che si crede divina, risvegliare il dio che è in noi e di cui dobbiamo avere cura, evocandolo tra amanti in un sentito abbraccio. Ma non sempre gli amanti recitano assieme le loro formule magiche di origini assai remote, depositate da tempo nelle infinite dimenticate conoscenze della psiche umana. A volte uno dei due innamorati si sottrae al desiderio perché non vuole abbandonare nell’amplesso con l’amato la propria maschera di plastica e menzogne. L’altro gli dice di venire accanto a sé senza maschere ma lui non l’ascolta, lo ammazzerebbe piuttosto… per amore di quella maschera.

***

Chiesi titubante a Federico Maio l’amicizia su Facebook, avevo delle paranoie inverosimili e ridicole su che cosa ne potesse pensare – avrebbe capito che avevo un interesse per lui? Come l’avrebbe presa? – Federico accettò la mia amicizia dopo pochi minuti. Da lì iniziai a spiarlo, a studiare i suoi post, in verità molto banali, a volte su Walt Disney, su Alice nel Paese delle Meraviglie, Mary Poppins e in altri casi con immagini demenziali di bassa lega e battutacce che non facevano ridere ma che avrebbero voluto essere simpatiche. Non sembrava una persona interessante il Maio Facebook; al contrario appariva puerile, noioso e superficiale. Potevo basarmi unicamente su ciò che postava per dare un giudizio su di lui? Conoscevo molta gente che postava su Facebook grandi cazzate, ma non per questo nella vita di tutti i giorni era banale.

***

Intanto il mio mondo interiore pullulava di morti, spiriti e moti dell’anima tramortiti dallo splendore degli dèi, andavo con loro infuocato come una baccante in cerca del piacere alla ricerca di Dioniso. È da quel mondo che ho creato il mio amore per te. Chi sei silenzio? Chi sei statua bella a vedersi? Il cuore è in guerra ed io non mi placo. Canto litanie per non cedere ai deliri selvaggi del desiderio.

Ciò che penso è che la mia felicità sarebbe penetrarlo e farmi penetrare da lui.

***

Tornai al Teatro degli Ignoti con più frequenza e non ci fu una volta che non ebbi la sua attenzione, entrambi epifania dell’altro, mi accorsi che gli appartenevo – le nostre nozze nel mondo sotterraneo erano celebrate da tempo, era già mio senza esserlo ancora stato. Un nodo alla gola, una gioia estatica per una vita ritrovata mi invadeva quando, a colloquio con lui, ero posseduto da un dio che mi mostrava l’esigenza umana di amare. C’è qualcosa di mistico nell’amore! È sottoterra, sotto la pelle che si genera il cratere, che guida le anime a bere le une con l’altre. Quando mi vedeva, l’amore, smetteva di guardare la gente che entrava a teatro. Io non ero un’ombra o uno dei tanti spettatori che odiava perché non poteva accoglierli come attore. Che ci succedeva? Ci emozionavamo quando notavamo il rossore che coloriva l’altro di desideri segreti, mi sembrava sempre di incontrarlo per la prima volta, un’interminabile e eterno guardarsi tra due innamorati che si cercano da sempre spingendosi all’orizzonte. Mi sentivo amato! Stavo impazzendo! Ogni volta era un camminare di entrambi, prima lenti e poi veloci, e poi di nuovo lenti e poi di nuovo veloci, e un suono di pianoforte scordato, nervoso, tremante: camminavo come lui, camminava come me; ci sorprendevamo di noi all’alba di un’amore inaspettato inciso nelle carte dei tarocchi e nelle linee giovani delle nostre mani. Non era una mia allucinazione. Sapevo di aver incontrato amore dopo un lungo peregrinare. Credevo alla mia anima fertile. La coltivavo e la coltivo tra i campi delle tombe degli eroi in strade che conducono a dio, quelle in cui i serpenti e gli oracoli si incrociano e prevedono il futuro di noi anime antiche. Un rituale che si nutriva di sguardi innocenti e scabrosi, animati da un desiderio che soffocava la lucidità spingendoci a gesti insensati. Era tutto molto bello. Il cercarsi con lo sguardo e il riconoscersi uniti in questo appuntamento settimanale al Teatro degli Ignoti, in cui andavo non più per vedere una pièce teatrale ma per incrociare – senza parlargli – Federico Maio, immagine della mia follia amorosa, occasione mancata della mia adolescenza, singolare bellezza a cui ambivo per non sentirmi misero e solo. Poi una sera Federico non mi rivolse attenzione. I suoi occhi non furono miei. Erano per una sua amica. Una ragazza molto magra, alta un metro e settanta con i capelli a caschetto castano chiaro e la carnagione lievemente scura. Un viso un po’ anonimo, nasino all’insù, occhi neri troppo grandi per un volto piccolo e squadrato. Mi colpì il suo atteggiamento dimesso. Era chiusa in se stessa, con le spalle rivolte in dentro, al torace, sembrava quasi ingobbita. Mi fece pena. Era la sua ragazza? Se lo era stava male. Leggevo un profondo malessere in quella giovane donna, sentivo che era inquieta e che a lui era del tutto indifferente la sua sofferenza. Aveva una devozione silenziosa e passiva verso Federico che mi spaventava. A questo riduce la bellezza, a essere schiavi di un bel corpo potente nel suo vigore ma mai effettivamente purificato dall’ignoranza e dalla mediocrità? Era Federico ad aver ridotto così quella donna con la sua cecità, il suo egoismo o era lei vittima della sua stessa fragilità?

Vidi una figura tragica in balia di un uomo che mi dava l’impressione di non saper vedere gli altri – ma un attore non dovrebbe entrare in un personaggio e dargli un’anima? Un attore non dovrebbe conoscere perlomeno per mestiere l’essere umano? Federico era odioso. L’avrei ammazzato. Quel corpo che non avevo mai avuto, per la prima volta, non mi aveva rivolto uno sguardo. In quell’occasione nulla ci fu di romantico, piccante o audace.

Lei era tra noi e io non esistevo. Io non dovevo esistere.

 

(continua…)

 

 

(17 luglio 2021)

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