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“La Città di Plastica” al Teatro Quarticciolo, visto per voi

La Città di Plasticadi Sebastiana Montagno Bozzone

La profonda crisi economica, ma soprattutto culturale, che “uccide” appunto quella fiducia nella cultura come fonte di progresso sociale, di sensibilizzazione egualitaria e condivisione identitaria, che affligge non solo l’Italia in questo preciso periodo ma alcune tra le più significative aree del mondo, da periodi ben più lunghi, tanto da considerare quest’ultime quasi come emblemi su scala mondiale, ha trovato un’interessante rappresentazione interpretativa nell’ambito della pièce teatrale di Silvia Resta, regista ed attrice dell’opera, dal titolo “La Città di Plastica” in scena al Teatro Quarticciolo di Roma il 22 e 23 febbraio scorsi.

La rappresentazione ha toccato dei temi molto delicati e da sempre al centro di dibattiti relativi a visioni fortemente contrastanti su scala mondiale. Dal punto di vista ideologico l’opera di Resta rappresenta un funzionale e concreto esempio di teatro civile, con uno spettacolo-denuncia in grado di risvegliare ed alimentare una condivisione ed un senso identitario di appartenenza (simile all’utilizzo che i Greci facevano del loro teatro come elemento di celebrazione di quei miti, simbolo della loro appartenenza ad una comunità civile) alla comunità in un’ottica universale, alla comunità umana appunto… In grado di fornire spunti di riflessione e conseguentemente di sensibilizzazione non indifferenti.

Tre donne contemporanee, Neda, Hanifa e Rose, tre voci dalle cronache dei nostri tempi, uno scenario da sempre nell’occhio del mirino  delle maggiori potenze mondiali, l’Afghanistan… E quella città di plastica… la loro “speranza”, la loro indipendenza, la loro vita… lL felicità le ha baciate, raccontano sorridenti, quando le multinazionali hanno deciso di installare nella loro terra una città fantastica, una città piena di sogni e libertà… Quella libertà tanto agognata e così difficile da raggiungere per loro, donne vendute in cambio di bestiame, donne oggetto senza una dignità. Ma poi arriva lei, quella meravigliosa città, una serra gigantesca in cui coltivare rose. E si lavora, si lavora tutto il giorno, si lavora instancabilmente, sempre, senza tregua… senza poter essere stanche, perché non ti puoi stancare nella città di plastica, non ti è permesso… e non puoi nemmeno allontanarti quando alcuni di quei signori spargono nell’ aria sostanza tossiche per disinfestare, tu stai lì, a capo chino, a curare e potare quei fiori meravigliosi, tu stai lì a curare e coltivare la tua libertà anche a costo di morire…

Di morire già, perché nella città di plastica spesso si muore, per costruirla quella città le multinazionali hanno avvelenato un lago… Il lago delle rose, l’acqua di quel lago era purissima, ma questo non importa, non importa se le donne venivano in realtà schiavizzate mascherando il tutto dietro la parola libertà, non importa se l’acqua pura di un lago viene avvelenata, non importa se qualcuna di loro ogni tanto muore… “come poteva mia madre immaginare che sarei morta proprio a causa di quel fiore stupendo” grida lo spirito di Rose… l’importante è seminare e coltivare le rose… Qualcuno dice che dall’altra parte del mondo quelle rose le comprano per vederle appassire, ma nessuno ci crede.

Quelle rose poi portate lontano, non per schiavizzare non per avvelenare ma per amare… per conquistare loro, le donne. Quelle donne schiavizzate da una parte del mondo per produrre rose e amate e conquistate dall’altra parte del mondo con quelle stesse rose, ed ecco il paradosso dell’umanità ecco lo spunto sul quale riflettere, ecco una condivisione che unisce e sensibilizza universalmente, ecco il grande lavoro di Silvia Resta, raccontato con profonda umanità.

Ma un grande interrogativo comunque rimane… è davvero un paradosso? C’è una spiegazione logica a tutto ciò o tutto è davvero subordinato ad una sola e grande logica che pare governi oggi il mondo intero… il denaro. Il mio interrogativo rimane aperto fino alla scoperta di un’altra risposta, fino alla scoperta di un senso…

 

 

 

 

 

©Sebastiana Montagno Bozzone 2014
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