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Si conclude la parte romana di Rendez-Vous che ora approda in altre città italiane

Rendez-Vouz 2014 - 06 tante hildadi Alessandro Paesano

La quarta edizione di Rendez-vous si è conclusa, almeno nella sua tappa romana, ora il festival si sposta in altre città dello stivale. Le pellicole presentate nella giornata conclusiva della sezione romana, diversissime per caratura e ambizione completano il panorama variegato e composito che caratterizza la produzione contemporanea francofona.

Tante Hilda! (Francia\Lussemburgo, 2014) di Jacques-Rémy Girerd & Benoît Chieux è un film d’animazione fresco di uscita (è stato in sala in patria lo scorso mese di Febbraio) che ha suscitato una polemica nazionale per la sua storia di aperta militanza contro l’impiego di ogm, questione curiosamente non accennata nel catalogo del festival.
Una polemica che ha fatto passare in secondo piano le peculiarità tecniche con cui il film si presenta: l’animazione classica, fatta usando disegnatori e non il pc, il disegno fatto con le penne e non con i pastelli (di modo che il tratto risulta più duro e anche meno modificabile), e, infine, il notevole sforzo economico (il film è costato poco più di 7 milioni di euro).
Tane Hilda! racconta di una Terra futura nel quale gli ogm e l’inquinamento stanno distruggendo la vegetazione e vede contrapporsi due sorelle, l’ecologista Hilda, che vive in una casa-serra dove mantiene in vita piante e fiori ormai introvabili, e sua sorella Dolores, detta Dolo, a capo di una multinazionale che fa soldi a palate grazie a un nuovo cereale geneticamente modificato, l’Attilem, una sorta di asparago gigante, invasivo e quasi alieno, dal quale si ricava non solo cibo ma anche combustibile. Quando l’invasività dell’Attilem raggiunge la soglia del pericolo Dolo mette in vendita un pesticida (col quale continua a fare soldi a palate), che distrugge immediatamente l’Attilem anche se ha un buffo effetto collaterale, fa crescere la barba a tutte le persone: uomini, donne, infanzia e cani. Nonostante la mancanza di protagonisti bambini (com’era previsto in un primo momento, dei quali resta una traccia solo nel titolo del film dove Hilda viene chiamata zia) il film si rivolge principalmente a loro sia nella semplificazione con cui viene posta la questione degli ogm (descritti come piante invasive dotate di una estrema mobilità) sia per la caratterizzazione dei personaggi. Hilda è secca allampanata mentre sua sorella Dolo è una super obesa ghiotta di miele che si fa procurare, visto che ormai è un prodotto raro data la scomparsa delle api, da due aiutanti che ricordano quelli di Miss Dronio in Yattaman, uno secco secco l’alto grasso grasso, mentre lo scienziato strano che denuncia la pericolosità dell’Attilem, ma non viene ascoltato dal ministro, torna adolescente ogni volta che vede Hilda, colto da dei languidi rossori che hanno fatto ridere ripetutamente il pubblico di bambini e bambine presente in sala. Ancora, le ragioni dell’avversità di Dolo per la natura nascono dalla sua allergia al polline, una ragione privata dunque, personale, e non politica (cioè di vita nella città) anche se controbilanciata da una bramosia del denaro che non la lascia nemmeno quando finisce in carcere,
Il film è controverso non tanto perché si pone contro gli ogm ma perché scivola pericolosamente verso una critica alla tecnologia tout-court (nel film sono le piante e i fiori della casa-serra di Hilda a ripopolare la Terra ormai desertificata da inquinamento e ogm)  instillando nel pubblico, soprattutto quello in formazione dell’infanzia, dei pregiudizi contro la scienza semplificando una questione che non si può risolvere o spiegare solamente con un proclama a favore o contro gli ogm.
Eddy Fougier sul sito L’atlantico attacca il film con la furia di chi ha le mani in pasta negli ogm arrivando a commentare, tradendo la sua reazionarietà, che la teoria del gender a scuola non sarà arrivata ma quella contro gli ogm sì.
Nell’articolo Fougier analizza la strategia di diffusione del film sostenuto da una serie di pubblicazioni, in libreria e online, dove l’argomento viene trattato dal punto di vista del film anche in alcune dispense didattiche che, con la scusa di trarre spunto dalla trama per degli esercizi di grammatica, fa accettare acriticamente il punto di vista dal quale il film intavola il discorso contro gli ogm.

Un modo poco scientifico di fare informazione a scuola che ricorda più la propaganda che, per quanto condivisibili siano gli scopi, a scuola non deve mai avere modo di entrare.Rendez-Vous 2014
A ben vedere questo tipo di operazione rischia di fare più danni che contribuire davvero a sensibilizzare alla causa ecologista perché l’infanzia, che è tutt’altro che stupida, ha diritto a formarsi una propria opinione informata sui fatti piuttosto che essere portata a pensare male degli ogm perché a capo dell’industria che li produce c’è una donna brutta perché grassa.
Come ha spiegato bene Chomsky nel film intervista di Gondry l’insegnamento non consiste nel riempire di nozioni gli e le studenti come fossero bottiglie vuote ma far scorre un fiume dove ognuno e ognuna  può raccogliere l’acqua che vuole dal punto che vuole per il verso che preferisce.
Ecco, il torto di Tante Hilda!  è quello di considerare l’infanzia come tante piccole bottiglie da riempire fino all’orlo.

Tonnere (Francia, 2013) di Guillaume Brac opera prima vincitrice all’ultimo festival di Locarno, racconta del colpo di fulmine (Tonnere è sia il fulmine Rendez-Vouz 2014 - 08 tonnereche il nome di una cittadina della borgogna) del musicista rock del 35enne Maxime, tornato nella casa paterna per scrivere canzoni lontano dalla confusione di Parigi, per la giovanissima Melodie. La prima parte del film quella che ci racconta l’incontro, il corteggiamento e l’amore tra i due è equilibrata e ricca di una sensibilità spiccata per i personaggi secondari, certi ambienti, certe situazioni di provincia, raccontati con garbo e senza classismi o giudizi metropolitani. Quando però Melodie ritorna con Ivan, il suo ex, bellissimo e ventunenne, il film inspiegabilmente segue le escandescenze criminali di Maxime tradendo più che una simpatia per il personaggio un cinismo maschilista di fondo.

La scena in cui avviene il cambio di registro è quella nella quale Maxime, senza un vero motivo narrativo, narcotizza il cane trovatello del padre.
Vedere in scena il cane che cerca di sottrarsi inutilmente al narcotico e che guaisce (una delle scene più sadiche, gratuite e disumane cui abbiamo mai assistito) serve al regista a istillare nel pubblico un sentimento di fastidio e prepararlo al peggio.
Maxime minaccia Ivan con la pistola, rapisce Melodie, la narcotizza e la porta in uno chalet. Al suo risveglio Melodie non si ribella al rapimento né al fatto di essere stata narcotizzata o al fatto che Maxime abbia colpito Ivan in testa con il calcio della pistola ma,  dopo aver detto di disgustarsi da sola per essere tornata insieme a Ivan, torna a letto con lui.
Arrestato Maxime dietro denuncia di Ivan Melodie nega di essere stata rapita con una pistola. Ivan ritira la denuncia e Maxime viene rilasciato.
La compassione che il film mostra per Maxime, che può anche essere narrativamente interessante, che tradisce una certa simpatia per il personaggio maschile percepito come la vera vittima, viene espressa e vissuta a spese di Melodie descritta come una ragazza capricciosa, che non sa con chi stare e che tratta male gli uomini coi quali intesse relazioni amorose, insinuando che se Maxime l’ha rapita e narcotizzata infondo un po’ se l’è cercata.
Oppure, il che è la stessa cosa, che le minacce con la pistola, la narcosi e il rapimento, siano variabili normali di una storia d’amore.
In una società come la nostra dove le violenza contro le donne è all’ordine del giorno questo film si innesta pericolosamente in quella retorica che giustifica certi comportamenti maschili facendone un film irricevibile da rispedire al mittente.

Ultimo film in programma è stato L’image manquante (t.l. L’immagineRendez-Vouz 2014 - 07 image manquante mancante) (Francia\Cambogia) di  Rithy Panh, candidato agli Oscar come miglior film straniero e premiato a Un Certain Regard  all’ultimo festival di Cannes.

Rithy Panh è sopravvissuto ai villaggi di detenzione e rieducazione dei Khmer Rossi, delle stragi dei quali esiste pochissima documentazione foto-cinematografica.

Il titolo parte da una considerazione del regista: Cerco la mia infanzia come un’immagine perduta. O piuttosto è lei che mi reclama?
L’immagine della sua infanzia cancellata è quella di un regime che, tra il 1975 e il 1979, non ha documentato il proprio genocidio.

Con i pochi filmati e immagini a disposizione Rithy Panh racconta la sua esperienza con l’ausilio di una ricostruzione fatta con dei personaggi in creta da lui scolpiti e dipinti a ricostruire set che illustrano le condizioni di disumanità nei quali le persone deportate vivevano in veri e propri villaggi di detenzione.

Le memorie del regista si riducono a un racconto intimista ed elegiaco, naïf nella descrizione delle deportazioni che purtroppo tutto il mondo conosce bene grazie i film sulla Shoà.

Riascoltare con la cadenza ieratica della voce over del regista la descrizione degli effetti personali, occhiali compresi, tolti alle persone deportate, come fosse la prima volta che se ne parla (Panh l’avrà mai visto un film sulla Shoà?), è il primo indice di un narcisismo che caratterizza l’intero film che non ha né il respiro del racconto autobiografico né quello della ricostruzione storica incagliandosi nelle spire autocelebrative di una volontà affabulatoria che si ripete, si sovrappone, con stancante lentezza (il film dura 95 minuti e poteva durarne tranquillamente la metà) dove Rithy Panh  è più interessato a proporci immagini dove sovrapporre le sue figure d’argilla alle riprese d’epoca che documentare, testimoniare, o, semplicemente, raccontare.

Evidemente per Panh quelle immagini più che documento storico sono occasione per allestire la sua rappresentazione filmica lo si capisce da come, nel film, viene mostrata una pellicola danneggiata che invece di essere preservata e recuperata viene sbriciolata e distrutta usata come oggetto della messinscena, come ispirazione per un racconto intimista più interessato a meravigliare il pubblico per l’efficacia visiva delle ricostruzioni fatte in creta e modellini dell’ospedale di campo (davvero sorprendenti soprattutto quando le riprese dei set di argilla si muovono con gli stessi movimenti di macchina del materiale filmico originale) dove l’autorevolezza testimoniale del suo racconto scade in un giudizio estetico (sulla propaganda dei Khmer Rossi) privo di competenza.
Un film la cui importanza deriva da un certo sguardo etnocentrico occidentale sensibile al gusto dell’immagine esotica e dal fatto che il film denunci il genocidio di un regime comunista dimostrando finalmente come i genocidi nel secolo scorso non sono avvenuti solamente a destra e forse è anche per questo che si tace della shoà.

 

 

 

 

©alessandro paesano 2014
©gaiaitalia.com 2014
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