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Short Theatre 9, Signore e signori: la performance!

Kinkaleri-Everyone-Gets-Lighter-All-2013-ph-Camilla-Borra1-1024x760di Alessandro Paesano   twitter@ale_paesano

E’ curioso, e lo scriviamo senza alcuna polemica, come gli spettacoli più riusciti  so far di Short Theatre 9 (tre giorni di programmazione andati altri 7 + 2 da fare) siano proprio quelli meno canonicamente costruiti sulla parola per una edizione del Festival il cui motto è proprio la rivoluzione delle parole. Spettacoli, istallazioni, coreografie, costruite intorno la parola e non sulla parola nel senso classico del termine, anche se il teatro di parola ancora non è davvero approdato a Short Theatre.

Kinkaleri ha proposto nell’arco di appena mezzora (grande cortesia per il pubblico rispetto altri progetti ingiustificatamente di maggiore durata, una lezione che molto teatro contemporaneo dovrebbe imparare) Everyone Gets Lighter apparentemente un divertissement sulla ricomposizione della coreografia nei termini linguistici della parola (fra poco capirete) allestendo in realtà un dispositivo politico di riflessione sulla comunicazione e sul corpo umani. Alla base dello spettacolo c’è la ricodificazione dell’alfabeto in un codice corporeo che (a)scrive ogni lettera, segni d’interpunzione e fonetici compresi, a un determinato movimento del corpo.
Dopo aver illustrato al pubblico il nuovo codice lettera per lettera invitandolo ad assistere alla dimostrazione o a provare a farlo con lui, il performer (l’efficace e preciso Marco Mazzoni) ha presta a brevi illustrazioni di trascrizione corporea, per così esprimersi, di tre Haiku attribuiti a Keruac (un foglio con gli haiku e i movimenti corporei sono distribuiti al pubblico prima di accedere in sala).

Poco più di un espediente (o forse no) per (di)mostrare come la trascrizione dell’alfabeto in movimenti corporei crei una coreografia di senso compiuto impostando una equivalenza tra parola e movimento coreutico e viceversa.
In questa mostrazione e nel fatto che il pubblico sia chiamato al contempo a vedere ed eseguire i movimenti sta il senso profondamente politico dell’operazione: il teatro come luogo di confronto e di creazione e riflessione, di un linguaggio che traduce l’impiego ludico del corpo e la riscoperta delle sue capacità espressive nella riappropriazione di un potenziale comunicativo personale e altro, dove politico significa vita nella polis, nella città, dunque responsabilità collettiva, di cui Everyone Gets Lighter costituisce un esempio squisito.

La danza, il teatro come forma di rinegoziazione di una comunicazione altrimenti standardizzata nella borghese divisione tra platea e palcoscenico tra pubblico e attori.

 

BIG-GIRLS-DO-BIG-THINGS-1-©Ian-DouglasCon Big Girls Do Big Things la statunitense Eleanor Bauer in residenza a Bruxelles attraversa tutti i passaggi creativi della performance.

È prima una performer che anima una costume da orso che le sta troppo grande, cercando di ritrovarsi in quella nuova pelle, dando vita all’animale, prima, che esplora lo spazio scenico, e al cucciolo che cresce, poi, quando velleitariamente dice al microfono che lui (o lei) può fare quello che vuole e non quello che dice sua madre… Questa emancipazione del personaggio diventa emancipazione del personaggio che diventare perfomer e performance. Così Bauer torna a se stessa, a un se stesso umano, mentre canta Crazy di Patsy Cline, salendo su una scala (e a ogni gradino anche la canzone è intonata sui registri sempre più alti) fino a esplodere in un monologo totipotente dove donna performer e personaggio si (con)fondono intessendo un rapporto speculare con il pubblico che conosce e si riconosce nel monologo fiume nel quale l’io narrante fa di tutto ma non succede mai niente fino a dissolversi nel movimento puro della danza e rimanere letteralmente inghiottita dai drappi neri che coprono le quinte dalle scena in un finale mesto e quasi elegiaco.

Precisione nell’esecuzione, autoironia, pragmatismo statunitense le coordinate estetiche ed etiche in cui si muove la performance dove la parola è strumento di esplorazione come il corpo e non momento centrale di una identità che qui viene restituita in tutto il suo drammatico indeterminismo.

Un teatro che ci piace per vedere il quale dobbiamo ringraziare Short Theatre e chi lo fa.
Alex-Cecchetti-480x294La terza si è conclusa (almeno per chi scrive: alcuni degli spettacoli sono in sovrapposizione e quindi bisogna scegliere) con la seconda tappa della trilogia sul Louvre di Alex Cecchetti che, ieri sera, ha illustrato alcuni quadri della collezione italiana.
L’allure performativa di Cecchetti dopo essersi cimentato con la storia francese del cardinale Mazzarino il giorno prima, dà ora un respiro teatrale all’iconografia e all’iconologia spaziando dai diversi significati politici del San Francesco riceve le stimmate di Giotto, alla valenza (omo)erotica del Giovanni Battista di Leonardo, mentre descrive i quadri italiani del Louvre indicando il vuoto come fossero davvero presenti. Il pubblico viene coinvolto anche in un giocoso allestimento di tableau vivant dove la lettura dei segni grafici della pittura (c’è un uomo appeso a una tavola che ha una strana forma, sembra quella di un più) restituiscono al pubblico il grado zero di una visione critica che nel quotidiano ha abdicato in nome e per conto di una lettura di superficie che non va mai al di là dell’immediatezza del segno e si dimentica la persistente possibilità di indagare mentre si fa esperienza estetica. In questa riappropriazione guidata di uno sguardo critico  Cecchetti mette il suo pubblico davanti la possibilità che uno sguardo, il proprio sguardo, possa ancora essere giovane e curioso in una maniera dirompente. Ironia allusioni alla sessualità mai fuori luogo in un esercizio di critica intelligente e stimolantissimo che si replica ancora oggi per la terza e conclusiva istallazione alla quale purtroppo, per meri motivi d’orario, chi scrive non potrà partecipare, Voi che leggete, se potete non fate altrettanto e regalatevi il lusso di una esperienza estetica intelligente e diversa. .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(7 settembre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©alessandro paesano 2014
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