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Bo Summer’s: del paesaggio e del tempo umido di quest’anno e dell’amore

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Teieredi Bo Summer’s  twitter@fabiogalli61

Si diceva qualche giorno fa, con un mio amico, del paesaggio e del tempo umido di quest’anno e dell’amore. Chiacchiere futili, da paese. Se ne parlava in generale, come se nulla potesse scalfirci, nemmeno la natura ci è qui amica come non lo fu probabilmente nell’inconscio di Lucio Mastronardi che qui ci abitò e mai si convinse che questo sarebbe potuto diventare il suo luogo d’elezione e aderì a questa landa nebbiosa edonisticamente, coi sensi vividi ma col cuore deceduto, proprio qua dove l’orizzonte è fatto di campi deserti, di strade scure nella notte, di albe uggiose, mattini di sabbia senza mare, senza sole soprattutto o meglio un sole disagiato e ineguale.

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E si diceva, io e lui, dei due termini: notturno e diurno, piovoso e solare, che di solito, qui, non si contrappongono ma si completano compenetrandosi anche nelle loro tradizionali metafore sessuali, esattamente come il piacere e il dolore, quasi a formare il simbolo cosmico.

Insomma si diceva di facezie: che la città, questa città dove viviamo, è spesso ostile, uggiosa o scura come nella pittura di Sironi, mentre i dintorni delle campagne richiamano a volte le spiagge di De Pisis o le bettole di Caravaggio. I colori, nella complesso disarmonioso dei sensi, si adombrano agli odori e persuadono alla fuga stessa da quell’odore.

Natura e senso della natura. Di questo si diceva, io e lui e si diceva che ci sono anche i vari cieli delle varie stagioni, e particolarmente quello estivo che a me richiama, in certe ore,certo azzurro del cielo di Leonardo quando dipingeva qui; e anche questa estate appena passata, si diceva, che parrebbe mitica, ma qui non è diventata nemmeno mitologica.

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Per quanto si sia parlato a lungo, cosa che ha infastidìto non poco il mio amico che di solito è taciturno, quanto me, non si è giunti a un pensiero conclusivo, univoco, nulla in noi s’è discostato, alla fine, dall’erotismo retorico che caratterizza la centralità ideale di ogni nostra discussione.

Ma l’inverno è necessariamente il crepuscolo: tutte quante le maledettissime stagioni passate qui, il tempo, le esperienze, tutte queste cose sono come circoscritte dai punti cardinali, direzioni infinite entro le quali si muove la voglia di sesso e il movimento vitale dell’amore, il movimento è ricerca continua e nomade di ogni possibilità d’incontro.

Ecco perché ritornano così spesso nei nostri discorsi i simboli del movimento, e che sono il treno per Milano, la fuga verso l’ignoto, la bicicletta per andare giù al Ticino, la stazione dove si aspetta per ore che qualcuno ti noti e ti conduca con la sua macchinetta verso una strada polverosa dove farai sesso alla svelta, in piena luce, un’Italietta che mi faceva simpatia e che non vedo più e che spesso, da vecchio qual sono, rimpiango.

Il valore della chiave di tutto il nostro discorrere era consentire, insomma, un breve trapasso, era, la nostra discussione stessa, come una libertà di formule e soluzioni, un gioco a volte parossistico, a volte rischioso, di tenerezze come non dette.

Era l’amore per noi stessi, per questo esserci, ignoranti e ignorati. Era del parlare di tutto quanto il nostro non esserci, mai, pienamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(12 febbraio 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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