Short Theatre 10: Motus o della retorica del freak

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Short Theatre 10 - 07 Motusdi Alessandro Paesano  twitter@Ale_Paesano

 

 

 

 

Mdlsx (una crasi per Middlesex) dei Motus, la compagnia riminese di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, è tratto dal romanzo omonimo di Jeffrey Eugenides (non accreditato), pubblicato nel 2002 e premiato con il Pulitzer per la narrativa nel 2003.
Vi si racconta di Calliope, un ragazzo nato con la deficienza della 5-alpha riduttasi (5-alpha reductase deficiency), un’alterazione del gene di tipo II responsabile della produzione dell’enzima 5α reduttase che caratterizza alcune persone intersessuate nate con il cromosoma y (e dunque geneticamente maschi) ma con i tratti sessuali primari femminili, tanto da essere scambiate per bambine e cresciute come tali (lo spettacolo dei Motus tace su questa deficienza e parla solamente di ipospadia, una dislocazione del meato urinario).

Calliope scopre di essere un ragazzo per caso e fugge dalla famiglia per sottrarsi alla decisione, presa dal dottore senza consultare né lei né i suoi genitori, di sottoporla a una operazione chirurgica di riconversione al sesso femminile.

Il romanzo, sebbene abbastanza preciso da un punto di vista medico (almeno per le conoscenze dell’epoca) è stato criticato duramente dalla comunità intersex americana per una serie svariata di ragioni (almeno così secondo lIntersex Society of North America) non ultima la spiegazione che Call sia nato intersessuato a causa della relazione incestuosa dalla quale è stato concepito.Short Theatre 10 - 06 Motus

Nel ridurre per la scena il romanzo di Eugenides, Daniela Nicolò, che firma la drammaturgia assieme all’interprete Silvia Calderoni, sceglie la strada facile del corpo ginandro di Calderoni, spostando l’attenzione dalla storia raccontata (Calliope che rinasce come Cal nell’adolescenza) all’interprete che fa del proprio corpo il feticcio del’intersessualità subito sussunta a un inesistente ermafroditismo umano, la compresenza di genitali maschili e femminili entrambi fertili non annoverandosi nella razza umana.

Altro elemento di distrazione e disturbo dalla storia raccontata è l’allestimento scenico tutto sbilanciato verso un’organizzazione da vj-set dove Calderoni si muove sulla scena dando spesso le spalle alla platea per manovrare il pc dal quale sceglie gli oltre 20 brani che fungono da colonna sonora, recitando con l’ausilio di un microfono e interagendo con la videocamera del cellulare che rimanda in video proiezione la sua immagine.

La scoperta dell’identità del soggetto raccontato (calliope-Cal) va in parallelo con la scoperta del corpo dell’interprete titillando la curiosità morbosa del pubblico (è una donna o un uomo?) in maniera all’inizio dirompente quando la componente autobiografica è evidente (lo spettacolo comincia con una registrazione video di Calderoni in età pre adolescenziale che canta, sempre fuori tono, C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones) ben presto però l’autobiografismo finisce per fagocitare Cal\Calliope entrando in intima contraddizione con lui. Mentre Cal infatti è un maschio biologico con un’esteriorità fraintendibile per femminile Calderoni è una femmina biologica dal corpo tonico e magro che nonostante la sua squisita intrinseca femminilità va a contraddire gli stereotipi di genere del caso e può mettere in difficoltà l’occhio poco avvezzo del pubblico medio che decide l’identità sessuale in base alle apparenze.

Enrico Casagrande e Daniela Nicolò giocano molto sulla ginandria di Calderoni facendole mimare un nascondimento inesistente di genitali maschili tra le cosce per simulare i genitali femminili come possono fare i ragazzi per celia. Il corpo di Calderoni diventa così il vero personaggio dello spettacolo riducendo Cal Calliope un personaggio ancella per ancorare drammaturgicamente la perfomance del corpo di Calderoni.

Anche ‘allestimento scenico diventa un feticcio quasi il correlativo oggettivo del corpo feticcio di Calderoni: tutto avviene a vista anche la preparazione di Calderoni tra una scena e l’altra (i cambi di costume, la manipolazione di attrezzi di scena oltre a quella delle consolle per allestire la partitura musicale e video).
Le parti più strettamente narrative – dette da Calderoni senza una particolare verve interpretativa soprattutto quando deve restituire con poca convinzione dei dialoghi, detti quasi controvoglia – costituiscono la parte più debole di una drammaturgia che sa esprimere il meglio di se nelle performance quasi da body art che nelle parti pi strettamente drammaturgiche.

Short Theatre 10 - 05 MotusLa parola trova un suo doppio nella proiezione di didascalie in lingua inglese che traducono tutto il testo recitato da Calderoni in Italiano.

La scoperta di Calliope che in realtà è un ragazzo e il dottore la sta per operare per renderla femmina anche chirurgicamente, poco importa se perderà la sensibilità sessuale, “il piacere sessuale non essendo l’unico elemento che rende la vita di una persona felice”, non viene reso visivamente da nessuna performance di Calderoni (che altrimenti si spoglia, si veste e si traveste, indossa costumi da sirena, barbe e altri peli posticci, gioca con la lacca e con un raggio laser…) ma ci si limita a dirla.

 

L’afflato che sembra muovere lo spettacolo non è tanto la denuncia di un’opera di censura sociale da parte della sanità ufficiale che deve normalizzare clinicamente le presunte devianze sociali dai ruoli di genere, quanto il solipsistico desiderio di un essere umano di affermare la propria deforme mostruosità, la sola a quanto sembra, capace di garantire l’unicità che sembra essere la sola cifra dell”esistenza autentica e vera, poco importa se scollegata dal resto dei suoi simili – dissimili.

 

Nulla sappiamo del vissuto affettivo di Calliope\Cal, non sappiamo se ama qualcuno o qualcuna, se ha amici o amiche, se frequenta chicchessia al di fuori della cerchia familiare.

Cal è solo e, come vuole il cliché, una volta ritornato uomo finisce a prostituirsi insieme a una lesbica e una ragazza trans come se la prostituzione fosse la conseguenza naturale del suo nuovo stato.

Il testo fa qualche timido riferimento ad alcuni brani tratti dell’opera di Judith Butler e dal Manifesto contrasessuale di Beatriz (adesso Paul) Preciado. Questi brani sicuramente hanno un loro significato per chi queste autrici conosce e legge, ma gettati così in pasto a un pubblico che di queste questioni non è sicuramente avvezzo, lasciano il tempo che trovano e sembrano avere più la funzione di soddisfare la voracità affabulatoria della performer (soprattutto quando declama Preciado) che un vero intento informativo.

Anche la mania di presentare in sovraimpressione il titolo e l’interprete di ogni brano suonato senza preoccuparsi di tradurre i testi tutti in inglese o francese delle canzoni mostra i limiti della verve da dj-set lasciando al pubblico poliglotta stabilire se la selezione dei brani è stata eseguita in base all’atmosfera suggerita o al contenuto dei testi…

Stessa sorte per l’intervista fatta a Preciado da Alejandro Jodorowsky, in spagnolo, che viene mandata in audio senza alcuna traduzione rimanendo comprensibile solo da chi pratica quella lingua o consoce già l’intervista.

Short Theatre 10 - 04 MotusUn allestimento scenico così concepito fa riferimento più al suo stesso farsi che al contenuto narrativo che si vuole trasmettere per cui ala fine l’intersessualità più che l’argomento dello spettacolo diviene uno spunto performativo.

Discutibilissimo infine l’impianto linguistico scelto per il testo italiano che contraddice le didascalie inglesi che sottotitolano ogni parola detta da Calderoni.

Mentre in inglese si parla correttamente di stereotipi di genere Calderoni in italiano parla di sesso con una confusione linguistica che caratterizza tutto lo spettacolo non risparmiando nemmeno l’insopportabile trans usato al maschile anche se ci si sta riferendo a una ragazza trans: Calderoni dice letteralmente un trans da maschio a femmina seguendo quella consuetudine discriminatoria di cui la nostra stampa è principe che sottolinea sempre il sesso di partenza e mai quello di approdo.

 

Anche quando Cal spiega al pubblico come tra i e le clienti del posto in cui si prostituisce si trovano persone le cui fantasie contraddicono la propria identità sessuale (omosessuali che sognano ragazzi efebici, lesbiche che sognano donne con erezioni femminili, uomini eterosessuali che sognano donne con erezioni maschili) Daniela Nicolò e Silvia Calderoni, poco importa se ispirate dal testo di Jeffrey Eugenides, sembrano ignorare la fondamentale differenza tra comportamento sessuale (con chi fai sesso) e orientamento sessuale (di chi ti innamori, da chi ti lasci emotivamente coinvolgere, prevalentemente) cadendo con entrambi i piedi in tutti i pregiudizi del caso: chi ha detto che se un uomo gay desidera un ragazzo efebico sta desiderando sotto sotto una donna?

 

Farraginoso nel suo impianto scenico ridondante e autoreferenziale (lo spettacolo dura 80 minuti ma ne sarebbero bastati tranquillamente 60) MDlSX rimane a metà del guado preso com’è a dimostrare la bravura dell’interprete e della compagnia che lo ha messo in scena senza accorgersi nemmeno di confermare quella retorica da freak per cui a una persona che devia dagli stereotipi di genere non rimane che la prostituzione o una vita di solitudine.

Una retorica del freak che sacrifica tutta la valenza sovversiva della presunta anormalità per ribadire la normalità della quale si fa comoda eccezione.

Il pubblico risponde con un applauso di autoassolvimento che dice brava! a Calderoni, ma sotto sotto malcela il sospiro di sollievo di chi pensa siamo noi le persone normali mica questa Calliope ermafrodita.

Personaggio al quale lo spettacolo non regala nemmeno l’autoaffermazione di una relazione amorosa o amicale ma che fa tornare nell’alveo familiare dalla quale era fuggita.

D’altronde i panni sporchi è sempre meglio lavarli a casa…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(5 settembre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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