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Festa del Cinema di Roma: diamo i numeri. E i premi

Festa-del-Cinema-di-Roma-20di Alessandro Paesano  twitter@Ale_Paesano

 

 

 

 

Quest’anno più dei premi ora che il festival è tornato ad essere una Festa, così come l’aveva pensata il suo ideatore Walter Veltroni, sono i numeri, quelli dei film, delle proiezioni delle sale e dei luoghi coinvolti dalla festa.

Tutte le cifre principali sono scese; per alcune è un bene (tipo il prezzo dei biglietti) per altre un po’ meno (tipo il numero di film).

Quel che emerge è che Roma ha ancora bisogno di questo evento che continua ad essere inviso a molta intellighenzia cinematografara tra colleghi e colleghe della stampa, che criticano criticano, ma intanto si accreditano; a intellettuali d’ambo i sessi che si scocciano che la città abbia un luogo di aggregazione e di conoscenza che non dipende da loro, a executives che non portano a casa né soldi né prestigio.

Chi scrive ha sempre accolto con gioia questa Festa che va difesa a spada tratta dalle critiche improvvisate (troppi festival, …ma era una Festa, è uguale) di chi mal sopporta che la gente si veda, si confronti sui film e pensi con la propria testa. Una iniezione di democrazia in un Paese la cui agenda è sempre dettata altrove, dalla Tv al Vaticano, ai salotti buoni.

E adesso, diamo i numeri!

53 film programmati di 24 nazionalità diverse (e non paesi come scritto sul sito… visto che venivano i film e non gli ambasciatori dei medesimi…);

5 schermi in auditorium (compreso uno schermo esterno all’auditorium che l’anno scorso non c’era…, mentre quello dello Studio 3 è proprio uno schermetto…) più quello del Maxxi;

9 schermi dislocati nei vari quartieri di Roma, per una vocazione che la Festa ha sempre avuto: contaminarsi e far muovere la gente ma anche andare verso la gente;

2 sale al Pigneto (Cinema Aquila che sta per riaprire dopo MafiaCapitale e Cinema Avorio chiusa da lustri) più le sale storiche di quartieri storici;

la Casa del Cinema a villa Borghese, la Sala Trevi, il cinema Greenwinch, l’Alcazar, l’Atlantic, il Cineland di Ostia e l’Eden Film Center per un totale di 14 schermi;

313 proiezioni di cui solo 176 a pagamento;

35.270 biglietti venduti (non messi);

12.936 ingressi gratuiti;

4.915 accreditati;

10 euro prezzo medio del biglietto;

215.852 € di incasso (al 24/10/2015).

Certo rispetto le edizioni precedenti il numero dei film è calato enormemente (erano 117 nella prima edizione, già scesi a 85 nell’edizione del 2009 fino ai 53 di questa decima edizione), ma anche i prezzi sono scesi di molto (solo le proiezioni in Sinopoli in premio serata costavano 20 euro, prezzo assurdo per una Festa, ma ci ricordiamo proiezioni a 25 euro in Santa Cecilia che erano un vero schiaffo alla miseria), con una gran parte che oscillava tra i cinque e i 10 euro facendo di questa Festa un evento davvero popolare.

Purtroppo anche i biglietti strappati sono calati… Dai 50 mila (dimezziano il numero ufficiale fornito che esprime i biglietti emessi che comprendevano anche quelli per gli accreditati del 2008) ai 35.270 biglietti venduti di quest’anno mentre gli accreditati sono scesi dagli 8.598 del 2009 ai 4.915 di oggi.

Il calo non deve indurre a dire che la Festa non funziona e va chiusa, ma anzi a rilanciare un luogo di aggregazione perché il principio che se un evento non rende in termini economici (a proposito 250 mila euro il ricavo dei biglietto contro i 360 mila del 2009) è schifosamente capitalista e non può, non deve, applicarsi alla cultura.

Il calo dei biglietti venduti va contestualizzato con il calo della crisi: solo chi ha i soldi va alla Festa a vedere i prezzi alti del cibo del villaggio cinema e dell’auditorium (2.80 euro per un cornetto e un cappuccino, al bar interno, un vero ladrocinio), e per una certa disaffezione alla Festa/Festival che quando era in gestione alla sinistra era criticata da destra, quando era in gestione alla destra era criticata dalla sinistra e chi ci rimetteva era la gente che non l’ha più percepita come un posto di aggregazione, ma come uno dei tanti gotha dei privilegiati e delle privilegiate che col badge che si pagavano.

Per inciso il badge-stampa costa meno di quello culturale, come dire se lavori invece di pagare di più hai un privilegio su chi si accredita per motivo di studio. L’Italia resta un paese goebbelsiano per quanto riguarda la cultura), ma questo la gente non lo sa.

Sulla minore appetibilità del red carpet, addotta come motivo del calo da nostri colleghi ben più blasonati, ma meno furbi, il ragionamento ci sembra poco probante visto che il red carpet è programmato parallelamente alle proiezioni e che per assistervi non bisogna possedere il biglietto…

Infine ecco i film vincitori.

Partiamo dalla sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma Alice nella città, l’unica ad avere ancora un concorso ufficiale.

Il film premiato Four Kings (Germania, 2015) di Theresa Von Eltz.

La motivazione della giuria: Per la grande efficacia e sensibilità di quest’opera prima, per la recitazione travolgente e studiata, per la sua fotografia dai colori freddi ma capaci di trasmettere calore e per il giusto equilibrio tra musiche e silenzi

Il premio Taodue Camera d’Oro per la miglior opera prima è stato assegnato allo pseudo-documentario, furbetto e ambiguo The Wolfpack (Stati Uniti, 2015) di Crystal Moselle.

La motivazione della giuria: Per l’occhio lucido e la compiutezza con cui la regista ha raccontato una storia intensa, curiosa e difficile; per la naturalezza e la genuinità del registro usato, come per la coerenza nel seguire la vicenda in tutto il suo arco temporale; per la forza dei personaggi, che personaggi non sono.

E qui si capisce la pochezza degli strumenti culturali di questa giuria perché una persona ritratta in un film, anche se è una persona che esiste nel mondo reale, quando rappresenta se stessa è sempre un personaggio, perché l’immagine fotografica non è mai la realtà. Mai.

La Menzione Speciale è andata a Mustang (Turchia\Francia, 2015) di Deniz Gamze Erguven è candidato dalla Francia come miglior film straniero agli Oscar.

La motivazione della giuria: Per la forza e la gioia con cui il film racconta, attraverso una regia forte e matura e un tono allo stesso tempo leggero e drammatico, l’animo di cinque giovani donne e il loro passaggio da un’adolescenza segregata a una vita adulta imposta, attraverso l’elaborazione della vità e della libertà.

Nessun riferimento alle molestie sessuali da parte di uno zio che inducono una delle cinque protagoniste al suicidio…

Evidentemente anche l’attenzione critica della giuria (presieduta dal Giovanni Veronesi e composta da Michele Riondino, Camilla Nesbit, Fabio Mollo, Céline Sciamma, Sara Serraiocco, e Edoardo Ferrario, Luca Vecchi, Luigi Di Capua e Matteo Corradin).

Invece per il premio BNL unico premio della Festa dato dal pubblico, eterogeneo e aleatorio visto che lo stesso pubblico non ha visto necessariamente tutti i film per cui il voto non è uniforme, è andato al film indiano Angry Indian Goddesses (India, 2015) di Pan Nalin.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(25 ottobre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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