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Festa del cinema “Freeheld”, donne lesbiche sì, ma di cartone

DSC_4314.NEFdi Alessandro Paesano    twitter@Ale_Paesano

 

 

 

 

La storia raccontata in Freeheld (Usa, 2015) di Peter Sollett, scritto da Ronald L. Nyswaner, è accaduta davvero.

La poliziotta Laurel Hester, nella Contea di Ocean, nel New Jersey si era vista rifiutare, nel 2004, il riconoscimento della reversibilità della sua pensione alla sua compagna Stacie Andree dopo che le era stato diagnosticato un cancro all’ultimo stadio.
Il film ci racconta l’incontro tra Ellen e Stacie, il timore della poliziotta  di fare coming out (un collega gay del suo stesso  ufficio ha il suo stesso timore) la decisione di vivere insieme, la registrazione nell’albo delle unioni civili, la scoperta del cancro, la lotta contro i funzionari della contea, la vittoria poco prima della sua morte.

Ellen e Stacie però nel film sono dei personaggi di cartone, senza alcun spessore umano e con delle psicologie che sono contenute esclusivamente nei due classici tipi di donne lesbiche: Ellen è una femme, una lesbica femminile, Stacie una butch, una lesbica maschile.
Al di là del cliché, queste due tipologie esistono e sono in accordo con le vere protagoniste di questa storia, come possiamo verificare in alcune fotografie che compaiono durante i titoli di coda, ma è sconfortante come il film non trovi altri mezzi per presentarci queste due donne.

La paura di Ellen (e del suo collega) che se si sapesse li relegherebbe a un lavoro dietro la scrivania nel 2004 (anno in cui il film è ambientato) appaiono un po’ retrò, non tanto perché lo stigma non fosse presente, lo è ancora oggi, ma perché nel 2004 le donne lesbiche erano molto organizzate con sindacati e associazioni e sostenute dall’opinione pubblica, ben al di là della baracconata di uomini gay effeminati e tutti mossette che nel film vengono loro in soccorso.

Il film manca di mostrare la solidarietà femminile e se in questa storia davvero accaduta non c’è stata, manca di denunciarne la mancanza.
Nel percorso narrativo scelto dalla sceneggiatura misera e asfittica (si stenta a credere che si tratti della stessa penna che ha creato Philadelphia) quel che succede sembra tutto ciò che il paese e le persone attiviste potessero fare nel 2004.

Anche lo scontro con i funzionari della Contea sembra seguire più la dinamica di una controversia condominiale su chi deve pagare le nuove grondaie invece di affrontare da un punto di vista legale, etico e di diritti umani, una violazione ingiustificata (una legge statale consentiva, ma non obbligava, anche ai e alle partner e non coniugi di godere della reversibilità della pensione) e discriminatoria, fatta ai danni di due donne lesbiche. La semplificazione con cui ci viene spiegato il gioco di potere dietro questo rifiuto illegale è imbarazzante visto che le trame dei telefilm sono molto più complicate di quella presentata in Freeheld (a cortocircuitare questa impressione è la presenza nel cast di Josh Charles che ha avuto un ruolo da co-protagonista nelle prime 5 stagioni di un legal drama eccellente come The Good Wife).

Freeheld sembra un film scritto negli anni settanta e girato nei primi anni 80.
Eppure nonostante questi limiti innegabili non possiamo non riconoscere al film l’enorme pregio di parlare di due donne lesbiche senza farne delle vampire, delle assassine, delle prostitute o delle suicide.

Se il film sembra provenire dagli anni 80 è perché mentre l’omosessualità maschile è da almeno un trentennio che cerca di emergere nel cinema non a tematica (cioè quello che non si rivolge principalmente a un pubblico di persone non etero) arrivando oggi a presentarci dei personaggi sufficientemente sviluppati  con un giusto spessore e credibilità, Freeheld risente dello scarto di genere (gender gap) che si applica anche nella totale assenza di donne lesbiche nei film.

Così i personaggi interpretati da Julian Moore e Ellen Page hanno il grande onore e l’onere di mostrare al grande pubblico come sono fatte le lesbiche, che aspetto anno, cosa fanno (per fortuna non a letto…) e che problemi vengono causati loro dalla società in quanto lesbiche.
E scusate se è poco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(18 ottobre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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